mercoledì 2 novembre 2016

African Photo Mama Casset



L’Associazione Culturale Fototracce e la casa di produzione Ethnos in collaborazione con La Scheggia hanno il piacere di annunciare l’anteprima italiana del film documentario African Photo - Mama Casset che si terrà sabato 5 novembre 2016 alle ore 18,30 presso il Cinema Beltrade in via Nino Oxilia 10 a Milano (ingresso a 3 euro).
 
Il film African Photo - Mama Casset è dedicato alla figura e all’opera del fotografo senegalese Mama Casset (1908-1992), considerato a livello internazionale uno dei primi e più importanti esponenti della fotografia senegalese e africana. Interprete del suo tempo, Mama Casset restituisce con i suoi raffinati ed eleganti ritratti la società di un’epoca, la moda, le acconciature, la vita e l’atmosfera della Dakar tra gli anni ’50 e ’70.
African Photo - Mama Casset è un racconto corale affidato alla voce delle persone che hanno conosciuto Mama Casset che, osservando le fotografie dell'artista, tra ricordi personali e ritratti di famiglia, ne rivisitano la vita e l’opera.  
 
A seguire buffet senegalese a offerta libera a cura dell'Associazione Sunugal.

Vecchi Tempi al teatro Palladium


Definito dalla critica lo spettacolo più bello più bello del regista Pippo Di Marca, arriva al Palladium, per tre giorni consecutivi – 3, 4 e 5 novembre - Vecchi tempi, tra i migliori testi del premio Nobel Harold Pinter: una produzione Florian Metateatro di Pescara interpretata da Fabrizio Croci, Francesca Fava e Anna Paola Vellaccio.
Un uomo e una donna vivono da soli in una casa solitaria vicino al mare e una sera aspettano a cena una vecchia amica di lei. Non si vedono da vent’anni. Con l’uomo di lei non si conoscono. Quando l’amica arriva si crea un triangolo apparentemente classico. In realtà è come se tutto il loro mondo, sia della coppia che dell’ospite, deflagrasse. Niente è più come prima. Nessuna cosa o impressione o ricordo è certa. Tutto è ambiguo, vagamente panico. E’ come se la loro vita, i loro ricordi fossero inconsistenti, improbabili, addirittura irreali, cioè impossibili, come se tutto si sfarinasse e andasse in rovina irreparabilmente, se il sentimento, qualunque sentimento, non potesse avere più forma o senso o credibilità o dicibilità. E il finale è sospeso, come le loro vite: sospeso dalla stessa vita: un rebus che non ha conclusione. Lunghi silenzi, pause, lapsus, scene montate come flashback cinematografici: dietro tutto questo si nasconde l’angoscia dei tre personaggi  sopraffatti dallo scorrere del tempo, intrappolati nella stanza dove si svolge il dramma. Celata dietro l’apparenza di una innocente e realistica commedia, mano a mano il testo offre uno scenario diverso in cui, attraverso l'uso del linguaggio, emerge tutta la drammaticità dell’incomunicabilità fra i personaggi. Nei fitti dialoghi, carichi di ambiguità, di pause e di silenzi, si scorgono tratti del teatro beckettiano, così come si percepisce l'anticipazione di tanta parte della più recente produzione drammaturgica.
Pippo di Marca, “uno dei migliori registi teatrali della sua/mia generazione, ma un raffinato teorico, veramente metateatrale, della scena contemporanea”, come scriveva Renato Nicolini, ha trattato il testo con uno sguardo indagatore, da filologo, scavando nel senso delle parole come un archeologo, fino a svelare la condensa di oscurità e di nevrosi che investe i personaggi, incapaci di condividere un ricordo in maniera oggettiva. Ma come scrive Di Marca nelle note di regia  "Il teatro, purtroppo, o per fortuna, è anche altro: è corpo. Il corpo in cui ogni volta si incarna la parola. La fa diventare gesto, musica, “visione” dal vivo, passione, sentimento, azione, delirio, finzione ecc...   I corpi, le “persone”, inprescindibili, dei tre validi interpreti, Fabrizio Croci, Francesca Fava e Anna Paola Vellaccio. Partecipi, sensibili, appassionati, compresi, in una “sfida” certamente non facile."

Note di regia
In "Vecchi Tempi" ci sono tre personaggi: una coppia londinese sui quarant’anni, Deeley e Kate; e una vecchia amica di quest’ultima, Anna, anch’essa sui quaranta, che è stata lontana per oltre vent’anni dell’amica di gioventù, e dall’Inghilterra, e che ora viene a far visita a Kate e al di lei marito.
All’apparenza una commedia: un vacuo e “nostalgico” incontro durante il quale “ricordare” i Vecchi Tempi. Così, più o meno, viene comunemente rappresentata: almeno in Italia, e per la mia esperienza di spettatore.
Pinter è un autore non facile, ambiguo, anche “astuto”: utilizza il linguaggio corrente caricandolo di ambiguità, di pause, di silenzi, con cui spesso crea effetti di surrealtà. Viene dopo Beckett e il teatro dell’assurdo e ne subisce in parte l’influenza.
Si muove, dunque, solo in apparenza, su un terreno naturalistico, realistico (anche se, beninteso, c’è pure questo).
Qui, in “Vecchi Tempi”, mi pare che questo climax sia presente forse più che in altri testi.
É pieno di pause, di lunghi silenzi, di lapsus, in un’altalena di scene “al presente” montate a ridosso di scene “al passato”, come fossero flash-back da sceneggiatura cinematografica.
E non a caso: Pinter è stato anche un ottimo sceneggiatore.
Tutto ciò, peraltro, impone inevitabili acrobazie a teatro, dove gli attori sono “condannati” all’hic et nunc!
Fatto sta, comunque, che nessuno dei personaggi ha una “memoria” oggettiva del proprio passato; ciò che ciascuno di essi ricorda è molto soggettivo e diverso dal ricordo degli altri. Niente, o quasi, coincide. Sono loro ad esser gravemente smemorati, malati o disturbati nel ricordo? Oppure è il tempo che è in sé bugiardo, inaffidabile? Oppure la nevrosi dell’uomo contemporaneo rappresentata, incapace di esprimere una qualsivoglia certezza, irretita com’è in una dimensione sentimentale falsa, una sorta di ipocrisia atavica?
Oppure, ancora - e questo sembra l’interrogativo più intrinseco al testo - è proprio il linguaggio che è inadeguato a raccontarci la realtà, il tempo, le ragioni profonde di qualunque storia, persino della Storia?
Tutti questi interrogativi (e certamente anche altri) sono sottesi al testo. Ma, ovviamente, non hanno e non devono, o non possono, avere una risposta.
Perché, in fondo, si tratta di “arte”, di teatro, di un’opera di drammaturgia, che, come sia, ci “racconta” una storia; per ambigua e assurda che possa essere.
Per cui è sull’opera, sulle parole, (pause e didascalie comprese), che mi sono concentrato. Rispettandole fino all’ultima virgola: il che, detto da me, è quasi un controsenso.
Il testo, anche in quanto “storia”, l’ho affrontato con uno sguardo direi da filologo, o da archeologo, e dunque “scavando”.
Scavando scavando, con la collaborazione degli attori, è venuto fuori che la commedia si tinge di dramma; e forse è qualcosa di più: una specie di delirio, una sorta di piccolo “inferno”.
Al di sotto delle apparenze e delle “conversazioni”, più o meno accese o pausate, emerge un climax vagamente “noir”, di oscurità, di foschie, di nevrosi, di incomunicabilità, e su tutto soffia, specialmente nel finale, un alone di morte.
Il personaggio che porta con sé questo alone è Kate. Parla poco, è chiusa in se stessa e alla fine sembra spalancare una specie di abisso domestico in cui tutti e tutto smenbrano sprofondare.
Per queste ragioni, ho sentito la necessità di inserire, all’inizio e alla fine dello spettacolo, le didascalie indicate nel testo: perché ne costituiscono la perfetta cornice “drammaturgica”.
E sembra addirittura ci dicano che i personaggi, “immobili”, chiusi in quella stanza, quasi fosse il sarcofago dei loro ricordi e delle loro vite, da lì non usciranno più.
Tutto ciò che avete letto, per quanto eventualmente interessante, sono “parole”; forse non meno false, o fittizie o ambigue, delle parole del testo.
Il teatro, purtroppo, o per fortuna, è anche altro: è corpo. Il corpo in cui ogni volta si incarna la parola. La fa diventare gesto, musica, “visione” dal vivo, passione, sentimento, azione, delirio, finzione ecc...
I corpi, le “persone”, imprescindibili, dei tre validi interpreti, Fabrizio Croci, Francesca Fava e Anna Paola Vellaccio. Partecipi, sensibili, appassionati, compresi, in una “sfida” certamente non facile.


Teatro Palladium - Università Roma Tre
Sito web: http://teatropalladium.uniroma3.it/
Prevendite: biglietteria.palladium@uniroma3.it; tel. 327 2463456
http://www.liveticket.it/TeatroPalladium

venerdì 21 ottobre 2016

PREMIO VIRGINIA REITER

Giovedì 27 ottobre il Teatro Argentina di Roma ospita il prestigioso appuntamento, giunto alla ventunesima edizione, che omaggia la grande interprete modenese – vissuta tra fine Ottocento e Novecento e prima capocomica italiana – attraverso la premiazione della più apprezzata attrice italiana under 35 dell’ultima stagione teatrale. Nel corso della serata sarà inoltre assegnato il IV Premio Giuseppe Bertolucci alla migliore attrice europea, sempre under 35, e il Premio Virginia Reiter alla carriera a una grande interprete del nostro tempo. Grande attesa per i due terzetti di finaliste, mentre già si sa che il Padrino del Premio quest’anno sarò Fabrizio Falco
Riconoscere e promuovere la migliore attrice under 35 del panorama teatrale italiano nella fase iniziale della sua carriera che si sia distinta nel corso della stagione: è questo lo scopo fondamentale che si prefigge il Premio Virginia Reiter, che il 27 ottobre prossimo giunge alla sua XXI edizione. Appuntamento presso il Teatro Argentina di Roma alle ore 21.00 con una giuria di esperti presieduta da Sergio Zavoli e composta da Rodolfo Di Giammarco, Gianfranco Capitta, Maria Grazia Gregori ed Ennio Chiodi. Direttrice artistica della manifestazione è Laura Marinoni, affiancata quest’anno nella conduzione della serata da Fabrizio Falco, astro nascente della scena cinematografica e teatrale italiana e rivelazione del Festival di Venezia, che sarà il Padrino della giovane vincitrice del Premio Reiter. Tra gli ospiti dell’appuntamento – che annovera oggi tra le sue vincitrici nomi di grandi attrici italiane come Manuela Mandracchia, Francesca Ciocchetti, Anna della Rosa, Licia Lanera, Lucrezia Guidone, Maria Pilar Perez Aspa, Debora Zuin, Laura Pasetti, Federica Bonani e Caterina Simonelli – saranno presenti registe come Serena Sinigaglia, Costanza Quatriglio e Francesca Comencini, oltre a Caterina D’Amico – presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma – e gli allievi dell’Accademia d’Arte Drammatica S. D’Amico e del Centro Cinematografia e Scuola Teatro di Roma.
Nel corso della serata avranno luogo anche le cerimonie di premiazione della quarta edizione del Premio Giuseppe Bertolucci – recentemente intitolato al regista che ha dato tanto impulso al premio Reiter e ha ideato il Festival omonimo, e assegnato a un talento scelto tra le migliori attrici europee under 35 – e del Premio Virginia Reiter alla carriera.
Nel solco tracciato dalle idee di Giuseppe Bertolucci il Premio Virginia Reiter vuole andare sempre più nella direzione del coinvolgimento e della ricerca di nuovi talenti, in un ideale passaggio di testimone tra generazioni di professionisti. Ed è proprio per questo che quest’anno l’iniziativa vanta la prestigiosa collaborazione degli ex allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e degli allievi dell’Accademia e della Scuola del Teatro di Roma, astri nascenti che stanno realizzando – con il coinvolgimento del regista Sandro Dionisio – produzioni video a tema, dedicate alla figura di Virginia Reiter e del regista Giuseppe Bertolucci.
Il Premio Virginia Reiter, promosso dall’Associazione omonima dedicata all’attrice, nata per volontà della famiglia d’origine, ha permesso di gettare nuova luce anche sull’importanza della via aperta dalla Reiter alla donna nel teatro italiano: una via fatta di professionalità, di parità di genere, di apertura culturale, ecclettismo, e di una modernizzazione della figura e dei ruoli dell’attrice teatrale anticipatrice dello spirito dell’era del cinematografo. Virginia Reiter (1862-1937) è infatti stata una grande attrice e prima capocomica italiana. Coeva di Eleonora Duse e di Sarah Bernhardt, da cui era ammirata, interlocutrice di D’Annunzio e prima interprete della Lupa di Verga. Amata in Italia, Francia, Sudamerica per la sua formidabile presenza scenica e per una voce che conferiva veridicità a ciascuna delle sue interpretazioni, Virginia sapeva imprimere il giusto carattere al personaggio, che si cimentasse nell’ambito tragico, o nella commedia, con la Madame Sans-Gêne di Victorien Sardou, o persino in una pochade.

Santella gioielli di Sperlonga quest’anno creerà in occasione del Premio Virginia Reiter un gioiello, ed è da ricordare che il prestigioso riconoscimento è inoltre affiancato, dal 2007, dal Festival Virginia Reiter. Quest’ultimo è stato ideato da Giuseppe Bertolucci ed è dedicato al “lavoro dell’attrice” vedendo alternarsi sulla scena le più grandi donne – in particolare, ma non solo – del teatro italiano in qualità di protagoniste, autrici, ospiti d’onore o destinatarie dei Premi alla Carriera. Tra queste artiste del calibro di Franca Valeri, Anna Maria Guarnieri, Giuliana Lojodice, Ottavia Piccolo, Margherita Buy, Maddalena Crippa e Angela Finocchiaro e molte altre ancora.